martedì, 28 novembre 2006

Un anno fa, in questi giorni di fine novembre,  accadeva una cosa molto sgradevole.

   Una pugnalata alle spalle. Avevo sorpreso un discorso del mio capo, che si apprestava a vendere il negozio a negozianti cinesi, chiudendolo a partire dall'inizio di gennaio  e senza dire nulla a me.

   Insomma, si apprestava a farmi lavorare tutto dicembre come una cogliona,  domeniche e lunedì compresi, compreso il pomeriggio di Capodanno che come l'anno precedente avrei dovuto portarmi l'abito da sera in un sacchetto e vestirmi e truccarmi nel retrobottega.

   E poi, il due gennaio, quando sarei tornata a lavorare,  avrei trovato il negozio chiuso. O forse, al massimo, mi avrebbe telefonato  a casa di non venire. Oppure chissà, me l'avrebbe detto all'ultimissimo momento nel pomeriggio del 31 dicembre, per devastarmi la serata di Capodanno.

   Io mi chiedo che cosa sia la sensibilità di certi datori di lavoro!!!!  grazie agli Dèi,  ho sorpreso quella telefonata con il notaio per fissare la vendita,   e dopo essermi ripresa dallo shock  mi sono licenziata in tronco, uscendo a mezzogiorno dal negozio e non tornandoci mai più.  Mi aveva dato novecento euro come paga di novembre,  e quel pomeriggio  ricordo che sono andata da Denny Rose e li ho spesi TUTTI  in jeans, t-shirt, scarponcini e maglioni e due camicie uguali ma di colore diverso.

   E con gli ultimi spiccioli, mi sono pagata il taxi per tornare a casa con le buste del negozio.

   Che rabbia avevo provato!  Questo pensiero mi torna in mente, un pò a causa  dell'anniversario e un pò perchè ho letto quanto scrivono stamattina Walkiriamazzone e Fresa sull'arte del vendere. Io sono stata una venditrice e mi piaceva moltissimo, molto più che fare l'impiegata. Bisogna credere in quello che si vende,  e bisogna saper creare un feeling  con il cliente, altrimenti non serve essere carine o ben vestite!

   Però, qualche settimana dopo il fattaccio che rievoco più sopra, era avvenuta una giusta nemesi:  i miei mi hanno lasciato tre magazzini a Venezia, e a metà dicembre mi aveva contattato l'amministratore che se ne occupa, perchè un negoziante cinese voleva comprare il più grande. Era disposto a versare un prezzo molto maggiore, io ho chiesto di pù ancora,  ci siamo messi d'accordo e così nel giro di un mese o poco più ho avuto il mio giusto "indennizzo": ho perso il mio amato lavoro a causa di un commerciante cinese, ma un altro ha rimpinguato le mie tasche non più beneficiate dallo stipendio mensile.

   In questi ultimi giorni mi sono stancata molto, durante il week end siamo andati a Bergamo  per la festa di compleanno di una ragazza con cui ho trascorso una settimana di vacanza in Croazia a fine giugno. Lei, suo fratello e il suo cugino-fidanzato, ci hanno invitati e abbiamo fatto l'interminabile viaggio attraverso un'Italia inzuppata di nebbia umida. L'ultima ora, da Brescia a Bergamo, non ne potevo più. Per fortuna la festa era nella discoteca di un albergo,  dove avevano riservato alcune stanze per le persone venute da fuori. Così almeno è stato tutto molto comodo.  Mi ero portata dietro quattro cose differenti perchè non sapevo come sarebbero venute vestite le altre invitate,  e ho potuto spiare il loro arrivo nella hall,  e vestirmi di conseguenza hihihihhi.......

   La ragazza ha invitato tutta la sua classe (fa la quinta superiore) con relativi fidanzati e fidanzate, più i suoi compagni di ginnastica. C'erano almeno cento persone,  e io e Giorgio non abbiamo quasi potuto chiacchierare un pò con lei, visto che dopo averci salutati  doveva dedicarsi a una marea di gente.

   In realtà è stato un viaggio inutile per una ragione inutile, chiara soltanto a mia suocera che è in relazione d'affari con il padre di Alby, la ragazza. Se non altro, per questo motivo è stata lei che ha cacciato fuori i soldi per comprarle il regalo .  La cosa più bella che le hanno regalato i suoi amici, è una borsa Vuitton modello Speedy  linea Nomade, di pelle stupenda color caramello, con l'I-pod  case  uguale: si sono quotati una ventina di amici della palestra e hanno scelto davvero molto bene.

   Se non altro abbiamo ballato molto e bevuto bene, senza paura di andare in macchina con Giorgio alticcio; ce ne siamo andati via quando la festa ha cominciato a degenerare con le facilmente immaginabili situazioni .....  ci siamo rifugiati nella nostra stanza al calduccio sotto i piumoni, a crearci un piccolo paradiso fisiologico  senza bisogno di paradisi artificiali, hihihihihi..........

   L'indomani, altro viaggio interminabile verso casa, con una noia  da non dirsi in quella monotonia grigioscuro e grondante d'acqua, la pianura padana e la pianura veneta  bruttissime, il cielo schifoso, l'aria cattiva......brrrrr!  La sera, a casa presto, ero così svogliata che non ho nemmeno fatto la cena ma ho messo in tavola un tagliere di formaggi e due bicchieri di vino.

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venerdì, 24 novembre 2006

Ieri sera ho fatto una cosa un pò particolare. Sono andata a vedere un film, nell'ambito di una rassegna di film religiosi che dovrebbero preparare l'animo al Natale.

   Io non credo a questo genere di cose, dai ritiri spirituali alle catechesi e meditazioni varie; e non ci avrei messo piede, se nella locandina affissa in giro per la città non mi fosse caduto l'occhio sul titolo di un film.

   E' un film danese degli anni 50, in bianco e nero, che immaginavo sottotitolato in italiano. L'autore è considerato un grandissimo maestro del cinema mondiale.  Tempo fa, leggendo per altri motivi la mia enciclopedia del cinema, mi ero imbattuta nella pagina dedicata a questo film e il mio sguardo distratto è stato catturato dalla trama.

   Si tratta di "Ordet" (La Parola),  1955, del regista Dreyer - quello che fece un celeberrimo film su Giovanna d'Arco.  La trama, che ho letto per puro caso,  mi ha dato un indescrivibile senso di divertimento e di incredulità.  L'avevo letta anche a Giorgio, perchè era troppo delirante per non condividerla con qualcuno!

   Dunque: nelle campagne danesi di ottant'anni fa, vive una famiglia sotto l'influsso del vecchio patriarca imbevuto di religiosità.  Costui ha un figlio che, a furia di studiare teologia, è diventato matto e si crede Gesù Cristo.  Egli va girando per la casa e la campagna, predicando come Gesù alle folle. 

   Il vecchio patriarca si estenua in dialoghi di tema religioso con un altro vecchio fissato come lui. E mentre loro blaterano,  la disgrazia colpisce la famiglia che si credeva invulnerabile a causa della fede.

   Muore la mamma, nuora del vecchio e moglie di un figlio "normale",  e la sua bambina piccola chiede allo zio / Gesù  di resuscitargliela.  Lo zio/Gesù, che nel frattempo è rinsavito  a causa del grande dispiacere per la morte della cognata,   non ha il coraggio di deludere la piccola orfanella, e comincia a esortare il cadavere ad alzarsi e camminare:  come Gesù fece con Lazzaro.

   La salma dunque, con sbalordimento di tutti, comincia a muoversi e la mamma si risveglia, tornando alla vita.

   COME NON DIVERTIRSI A QUESTO DELIRIO???

   L'avevo trovato un film veramente folle, altro che situazioni pirandelliane o kafkiane. E vedendolo nella mia città, non ho perso l'occasione di precipitarmi in questo cinemino d'essai dove lo davano.

   Mio marito ha detto subito che dovevo andarci sola; lui preferiva leggere riviste d'aggiornamento. Così alle sette di sera mi sono trovata in un quartiere semiperiferico, dove non vado mai e dove non tornerò mai più.  Nella mia testa credevo non fosse molto diverso dal centro cittadino: è un rione molto popoloso, a cinque minuti di macchina dal cuore della città. Ma pare un altro mondo.

   Gente squallidissima, un'umanità inquietante, moltissimi stranieri: negri, negre, prostitute alle sette di sera, tutti col telefonino,  albanesi, slavi in grande quantità (li riconosco dalla parlata) dai serbi ai croati ai russi ai moldavi.  Sapevo che vivono moltissimi immigrati clandestini nella zona, e che hanno occupato molte case abbandonate: ma non credevo fosse una roba simile.

   Ogni bar aveva il suo capannello di ubriachi davanti; sguaiatezze, bestemmie, rutti, urlacci al mio passaggio. Non ho visto asiatici,  però: a quanto pare, loro si concentrano nel Borgo Teresiano che è il quartiere affacciato sul mare. Io mi sentivo piuttosto fuori luogo con il mio completo di Max Mara e la borsa firmata. Avevo in programma di stare lì un'ora, volevo fare un giretto per le vetrine e poi mangiare una pizza visto che il film cominciava dopo le otto.

   Se avessi saputo che mi sarei trovata in un simile ambiente,  avrei mangiato in centro e poi sarei salita con un taxi. E vabbè. Non vorrei fare la snob, ma certi quartieri non ci guadagnano affatto per la presenza massiccia di immigrati. E questa, ripeto, non era periferia. Ma non c'era affatto da sentirsi tranquilli.

   Bene o male, è venuta l'ora di infilarsi nel cinema e qui avevo deciso di mantenere un atteggiamento rispettoso, una correttezza farisaica, ma di ridere a crepapelle dentro di me.

   E invece!!!!!  il film mi ha conquistato!!!  è un film dolce e gentile, i personaggi non sono così deliranti come pensavo, il vecchio patriarca non è un pazzoide  e il figlio teologo che si crede Cristo  ha un suo fascino suggestivo. I dialoghi sono bellissimi, e sempre il regista riesce ad evitare -per un pelo- che si cada nel grottesco.  La mamma, quella che muore, è una donna di una dolcezza e di una grazia incredibili; mi ha ricordato la moglie del giocoliere girovago in "Settimo sigillo" di Bergman.

   Il marito di lei, è il personaggio migliore del film: razionale, coi piedi per terra, intelligente, e sullo stesso genere sono il medico e il parroco del villaggio (che per recitare le preghiere dei morti indossava una specie di gorgiera cinquecentesca!). Ai personaggi lucidi, si contrappone il folle Johannes: il teologo impazzito. Quello che alla fine fa resuscitare la cognata,  pressato dalla preghiera della bambina.

   Tutto questo sembra delirante, ma non lo è. Sono rimasta incantata da questo film, che è pervaso da una soavità e da un profumo di poesia che smorza anche le cattiverie che ero pronta a pensarci sopra.

   Una cosa però non ho capito....i due vecchi,  il patriarca  della famiglia e l'altro maniaco religioso che faceva riunioni di preghiera a casa sua (il tutto però con toni  garbati, un pò da commedia) appartenevano a due religioni differenti e non ho capito quali. Cattolici e protestanti? o due protestantesimi diversi? anabattisti, quaccheri, calvinisti, zwingliani, ugonotti o che diamine???  comunque, alla fine, si riconciliano e tutto finisce con un grande ringraziamento a Dio per la Vita, quella vita che è stata concessa alla mamma per la preghiera piena di fede della sua bambina.

   Sono uscita dal cinema molto intenerita, e mi sono detta che è questo il potere dei grandi Maestri del cinema: zittire gli avversari e far mutare le opinioni preconcette come la mia.

 

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giovedì, 23 novembre 2006

Il tempo è tornato stupendo, dopo la giornata di ieri in cui ha diluviato.

   Ho sopportato la pioggia solo perchè mi ha offerto l'opportunità di inaugurare il mio nuovo impermeabile Aquascutum, con la borsa uguale alla fodera, che mio fratello mi ha comprato due mesi fa a Roma.

   Ho dovuto andare in città  e girare molte ore per vari uffici;  la sera pensavo che mi sarei riposata tranquillamente a casa, con un bel thè bollente per scongiurare gli effetti del possibile raffreddore; e invece no, mio marito quasi senza preavviso ha portato a casa dieci persone e io ho dovuto scagliarmi in cucina a cucinare per tutti quanti.

   Non avevo grandi riserve di cibo,  avevo pasta sufficiente ma in due tipi differenti, sicchè ho dovuto metter su due pentoloni d'acqua. Inoltre, per me e mio marito di solito calcolo 80 grammi di pasta, mentre lui in questo caso mi ha detto di abbondare. Così, mi sono trovata a rimestare un chilo e mezzo di pasta mentre loro sbevazzavano in sala, e senza che nessuna delle donne si sognasse di venire a darmi una mano.

   Come condimento, ho vuotato un vaso di salsa grande sbattendoci dentro tutto quello che avevo: olive, capperi, tonno, peperoni,  peperoncino, anche due bustine di ciliegie di mozzarella. La tipica "ricetta-scovazzon", ovvero che fa da raccogli-spazzatura (scovazze=spazzatura). Però è venuto gustoso, devo dire.

   Le persone che hanno fatto irruzione in casa mia, sono degli pseudo-cineasti che devono discutere di un loro nuovo "lavoro", e avevano trovato chiusa la solita trattoria dove si riuniscono. Così sono venuti da noi, che abbiamo più posto degli altri. Una delle ragazze è venuta in cucina a farmi compagnia dieci minuti, ma non certo per aiutarmi a fare qualcosa: appoggiata allo stipite della porta, si è fumata una sigaretta (io odio che si fumi dove si cucina, una mia piccola manìa) raccontandomi con superiorità che a Natale andrà a sciare in Canada, in quei posti dove ti portano con l'elicottero sulla cima di un monte e poi ti buttano giù sulla neve farinosa, e il top lo raggiungi se ci sprofondi:  devi essere capace di muoverti in un modo tale, da risalire da solo nella neve. (ora, io non so se è possibile questo o se mi ha raccontato cazzate, cmq la riporto come l'ho sentita).

   Io poverina rischiavo già di sentirmi cenerentola, indaffarata come una pazza mentre lei blaterava senza aiutarmi e per di più fumandomi in faccia,  ma per fortuna ho potuto ribattere con nonchalance che anche noi andiamo all'estero per Natale, alle Seychelles, e non a faticare con sport estremi ma a rilassarci in qualche palmera in riva al mare. E infatti, come dicevo qualche settimana fa, dopo aver consultato molti dépliant stupendi abbiamo fatto la nostra scelta tra Mauritius, Maldive e Bali. 

   Poi ho servito gli enormi piattoni da portata pieni di pasta, ho affettato tutto il pane, ho lavato ben bene tutta la frutta, ho tirato fuori dal freezer  vaschette di gelato  e ho fuso la cioccolata per buttarcela sopra, bollente....poi più tardi ho fatto il caffè in due volte (ho la cuccuma da 6)  e alla fine, stanchissima, non avevo più voglia di sentirli chiacchierare e unirmi alla conversazione.  Stavano facendo una specie di work in progress, cioè il regista  aveva un'idea di base della cosa che vuole realizzare, e chiedeva a ciascuno un suo apporto: non allo "sceneggiatore", ma a tutti i protagonisti della storia e perfino a un paio di loro partner. A me questo modo di procedere, sembra una scempiaggine e credo che qualsiasi storia, per mantenere una sua unitarietà, debba essere partorita da una mente sola (salvo le solite, rarissime eccezioni)  o tutt'al più l'idea  del regista e le parole dello sceneggiatore. Ma forse sono io che sbaglio.

   Insomma, non la finivano più e se ne sono andati alle tre di notte.  Ho lavato piatti fino alle quattro passate, sia pure con l'aiuto della lavastoviglie. Ormai il sonno se n'era andato a puttane.

   E pensare che la sera prima, ero stata con Giorgio e i miei suoceri  all'apertura della stagione operistica nella nostra città (evento inaspettato, perchè  i miei suoceri hanno l'abbonamento in un turno diverso) e c'era il Rigoletto, e c'erano pochissimi giovani -anche il giornalista se ne è lamentato il giorno dopo, sul quotidiano cittadino! - e io ero assolutamente impeccabile in nero, abito a sottoveste con spallini di strass,  i capelli tirati su e un bellissimo fermaglio che me li tratteneva. E, malgrado il sonno che ci ha presi a me e Giorgio durante l'esecuzione (non siamo musicofili) ero appagata dal fatto di essere guardata, e molto.  Sottolineo: non che io sia di una divina bellezza, ma c'era poca o nulla concorrenza.

   E,  dopo una giornata, eccomi là a cucinare come una forsennata e lavare pile di piatti.... la ruota gira, come si dice!  A proposito di cibarie.... voglio raccontare una cosa.

  Domenica, per far contento il bambino Pixel, ho voluto fare un piatto a base di patate: avevo letto su un libro dedicato a grandi chef di oggigiorno, che qualcuno di loro "ama giocare con le consistenze",  il che si traduce nel fatto che ama mescolare lo stesso ingrediente, nello stesso piatto,  sia nella sua forma solida o liquida o croccante. Per fare un esempio,  fragole fresche con crema alla fragola e sciroppo di fragola (ho fatto un esempio un pò schifoso, ma insomma rende l'idea).

   Io allora ho fatto "i porcospini", come li ha chiamati Pixel:  purea di patate  bella saporita e fumante,  disposta nei piatti a forma di palla,  e sopra ci ho conficcato una quantità di patate tagliate a julienne e fritte nell'olio.  Si mangiava estraendo una patatina fritta,con l'estremità intinta nella purea. Da provare!

 

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domenica, 19 novembre 2006

Scrivo di domenica, in via del tutto eccezionale, perchè sono ancora sotto l'effetto del film che ho visto ieri sera: MARIA ANTONIETTA, di Sofia Coppola.

   BELLISSIMO, mi ha ubriacato  di colori e di bellezza!

   Non la storia in sè, che è risaputa e piuttosto banale (la vita di maria antonietta d'austria, dai 14 anni in cui va sposa al delfino di francia,  fino ai 37 anni alla vigilia del suo arresto a Varenne). Ma le pure immagini. Il pregio del film è solamente visivo, almeno per me: neppure uditivo, perchè della tanto strombazzata musica rock  anni '80,  mi sono accorta - figuratevi! - soltanto all'inizio del secondo tempo.

   Il film è una festa per gli occhi, un caleidoscopio, un sogno a colori violenti. La regina viveva una vita da Dea, in un Paradiso staccato dal mondo vero, un Paradiso chiamato Louvre e un più piccolo paradiso, il Petit Trianon -costruito per la Pompadour- quando voleva rilassarsi in uno sfarzo un pò meno sfolgorante.

   Le due cose più belle del film, secondo me, sono: 1) i vestiti  2) i cibi.

   Le mense imbandite con cristalli e argenti e fiori, erano così sontuose da stregarmi. I dolciumi, onnipresenti perchè la regina ne era golosa, sono così deliziosi che viene voglia di mettersi a prepararne anche per noi. E  i suoi vestiti stessi avevano i colori dei dolciumi:  fragola, crema,  colori pastello come le glasse e le coperture di marzapane.

   La regina Antonietta svolazza come una farfalla attraverso le due ore di film, nei suoi incantevoli abiti color celeste, rosa, pistacchio, albicocca, acquamarina,  e un paio di volte in abiti neri che oltretutto le stanno ancora più bene, essendo biondissima.

   Non ho opinioni particolari sull'attrice: Kirsten Dunst più che bella, è frizzante e maliziosa con attimi di profonda tristezza. Ma più che una bellezza regale (come, secondo me, Kate Winslet di Titanic) ha una faccia da contadinella russa. La immagino facilmente in grembiule ricamato e fazzolettone di lana. Ha dentini storti che però le donano, caso più unico che raro (io detesto la gente con i denti storti, è la cosa più facile da mettere a posto quando si è ragazzini) e ha gli zigomi gonfi come palle, però anche questo le dona.

   Ho provato a guardare tutti i personaggi su Google Immagini, e ho trovato un ritratto con i capelli non incipriati della Du Barry:  è incredibile, ha davvero qualcosa di Asia Argento!!!!!  La regina Antonietta invece mi appare indecifrabile nei quadri troppo all'acqua di rose della  Vigée Le Brun. E mi meraviglia che Sofia Coppola abbia scelto di glissare sul modo in cui fu risolto il problema sessuale che impediva una vita matrimoniale al Delfino e alla moglie:  si trattava di fimosi, è risaputo, e con un colpetto di bisturi tutto si risolse. Eppure nel film non lo dice, attribuisce piuttosto al fratello di lei  il merito di aver fatto un discorsetto "convincente" a quel tonto del marito.

   Ripeto, a parte la storia che non è niente di nuovo, sono SUPERLATIVI i vestitI (incantevole a un certo punto la carrellata di scarpette: una più stupenda dell'altra, e in mezzo al mucchio UN PAIO DI SCARPE DA GINNASTICA attuali!)  sono magnifiche le mense,  vere cornucopie di abbondanza, i pranzi, le composizioni di carni, pesci, dolci,  e infine è fantastica l'ambientazione al Louvre, al Petit Trianon e all'Hameau, il villaggetto normanno di Versailles.

   Uscendo dal cinema (abbiamo portato pure il bambino Pixel, perchè non è vietato) deliravo  pensando a come mi sarebbe stato l'abito da viaggio in raso azzurro, il primo abito francese indossato da Maria Antonietta al momento di varcare il confine a Strasburgo.  E i cappellini, poi????? i cappellini sono un sogno nel sogno. Solo in "Codice inverso" ho visto cappellini altrettanto squisiti!

   Chi ha visto questo film?  che ne pensate?

  

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venerdì, 17 novembre 2006

Mi è arrivata una mail circolare con una storia piuttosto divertente.

   Non piacerà a tutti, ma la "giro" sul blog:

   LA CICALA E LA FORMICA  (versione classica)

   La formica lavora tutta la calda estate, si costruisce la casa, accantona le provviste per l'inverno. La cicala pensa che, con quel bel tempo, la formica sia stupida:  ride, danza, canta e gioca tutta l'estate. Poi giunge l'inverno, e la formica riposa al caldo ristorandosi con le provviste accumulate,  mentre la cicala trema dal freddo, rimane senza cibo e muore.

    LA CICALA E LA FORMICA  (versione AGGIORNATA)

   La formica lavora tutta la calda estate, si costruisce la casa, accantona le provviste per l'inverno. La cicala pensa che, con quel bel tempo, la formica sia stupida: riden danza, canta e gioca per tutta l'estate. Poi giunge l'inverno, e la formica riposa al caldo ristorandosi con le provviste accunulate.

   La cicala, tremante dal freddo e dalla fame, organizza una conferenza stampa e pone la questione del perchè la formica ha il diritto d'essere al caldo e ben nutrita, mentre altri meno fortunati muoiono di freddo e di fame. La televisione organizza delle trasmissioni in diretta, che mostrano la miseria della cicala, nonchè immagini della formica al caldo nella sua confortevole casa, con l'abbondante tavola piena di ogni ben di Dio.

   I telespettatori sono colpiti dal fatto che, in un Paese così ricco, si lasci soffrire la povera cicala mentre altri vivono nell'abbondanza. I sindacati manifestano davanti alla casa della formica in solidarietà della cicala mentre i giornalisti organizzano delle interviste, domandando perchè la formica sia divenuta così ricca sulle spalle della cicala, ed interpellano il governo perchè aumenti le tasse della formica affinchè essa paghi la sua giusta parte.

   In linea con i sondaggi, il governo redige una legge per l'eguaglianza economica ed una (retroattiva all'estate precedente) legge antidiscriminatoria. Le tasse sono aumentate,  e la formica riceve una multa per non aver occupato la cicala come apprendista, la casa della formica viene sequestrata dal Fisco perchè non ha i soldi per pagare le tasse e le multe.  La formica lascia il Paese e si trasferisce nel Liechtenstein.

   La televisione prepara il reportage sulla cicala che, ora bene in carne, sta terminando le provviste lasciate dalla formica, nonostante la primavera sia ancora lontana.

   L'ex casa della formica, divenuta alloggio sociale per la cicala, comincia  a deteriorarsi nel disinteresse della cicala e del governo. Sono avviate delle rimostranze nei confronti del governo per la mancanza di assistenza sociale, viene creata una commissione apposita con un costo di 10 milioni di euro.

  Intanto, la cicala muore di overdose mentre la stampa evidenzia ancor più quanto sia urgente occuparsi delle ineguaglianze sociali.  La casa è ora occupata da ragni immigrati.

   Il governo si felicita delle diversità multiculturali del Paese, così aperto e socialmente evoluto. I ragni organizzano un traffico di eroina, una gang di ladri, un traffico di mantidi prostitute  e terrorizzano la comunità.

   Il partito della sinistra propone l'integrazione, perchè la repressione genera violenza e la violenza chiama violenza.

 

 

BUON WEEK END!!!!!!

postato da: Ombraserena alle ore 09:32 | Permalink | commenti (4)
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mercoledì, 15 novembre 2006

Mio marito è a una cena di lavoro, quindi ne approfitto per buttarmi nel web e scrivere.

   Oggi sono venuti a trovarmi in ufficio il bambino Pixel e sua madre. Lui, l'ho tenuto con me una settimana in maggio mentre la mamma era in vacanza. Oggi, sono venuti a trovarmi per chiedermi se potevo tenerlo nel week end.

   Per imbonirmi, mi hanno portato un minuscolo dono: un cuoricino di Fossil (mi pare), marrone, con un minuscolo moschettone per appenderlo al braccialetto, e la scritta "I love chocholat! "  Senza dubbio molto simpatico, cmq  uscendo dall'ufficio sono passata in città  a vedere quanto costava - secondo la mia inveterata abitudine di controllare i prezzi dei regali-. 

   E questo cuoricino di metallo pitturato di marrone, costa ben 38 euro!!! piu' di settantamila lire. Assurdo. Poi, il piccolo Pixel aveva con sè un gioco nuovo per la playstation, anche assurdamente costoso per darlo a un bambino di cinque anni.

    La cosa mi ha colpito. Lui è un bambino dolce e buono, bello come sua madre ( soprannominata Eva Longoria di provincia), un pò troppo tranquillo secondo mio marito, che anzi lo definisce un "mona" cioè uno stupidotto; ma naturalmente se deve stare con me, preferisco un bamboccio mona che un piccolo terremoto, no???

   Mi ha colpito che si getti denaro per far giocare i bambini; io da piccola avevo pochissimi giocattoli, non ricordo nessuno con particolare entusiasmo, la Barbie mi è sempre sembrata brutta e i peluches non molto interessanti (tranne quello con cui ho dormito fino ai 17 anni).

   Ricordo invece, con sommo gaudio, certi giochi che facevo da piccola....e con niente. A Venezia, nel palazzo dove stavo  e nel palazzo attaccato, c'erano una mezza dozzina di bambine con cui passavo il tempo; avevamo età vicine nell'arco di cinque o sei anni,  e quando eravamo in gruppo di sole femmine, uno dei nostri giochi favoriti era "la sposeta".

   E' una cazzata inenarrabile, ma ci divertivamo tanto! sceglievamo la più bella di noi, di solito due o tre, e la addobbavamo con  tutto ciò che di bianco riuscivamo a trafugare dalle nostre case.

   Chi portava una tovaglietta di pizzo (il velo), chi portava fiori di plastica bianca (tanto i fiori d'arancio nessuna di noi li aveva mai visti), chi portava il boquet (spesso rubacchiato nei pochi giardini di Dorsoduro) chi portava uno scialle di seta, un lenzuolo singolo, una canotta, un top di perline.

   E con tutta questa roba bianca, passavamo ORE INTERE  a giocare, attorno alla "sposeta" che di solito compensava la noia del suo ruolo con l'autocompiacimento per essere stata scelta (a me, hanno fatto fare tale ruolo soltanto due volte, ero troppo alta e magra) e le imbottivamo il busto con calzini per simulare il  seno, le infilavamo sandali bianchi, drappeggiavamo  il lenzuolo singolo come gonna con lo strascico, e vai di spilli da balia.

   Io una volta ho dato il mio apporto, portando fuori la tenda del bagno grande (un drappo di pizzo macramé che avevo staccato, e poi rimesso a posto, rischiando l'osso del collo) che è poi servita a ricoprire il lenzuolo-gonna, facendolo diventare bellissimo.

   Poi, sommo divertimento, truccavamo la sposa: e vai di trucchi rubati alle mamme,  ricordo un fondotinta in schiuma che usciva da una bomboletta e che ora non si usa più e non lo vedo da nessuna parte. Si stendeva con magnifica facilità,  e rendeva i visi di porcellana.

   Pitturavamo la bocca  di rosa fuxia,  di rosso, di prugna, senza renderci conto che una sposa deve avere un trucco invisibile. Poi le mettevamo  una manata di perle coltivate al collo, come la Madonna di Tarsato che porta le collane di perle delle spose (la sua specialità, è favorire i matrimoni impossibili).

   Questo gioco assolutamente non dispendioso, ci impegnava  pomeriggi intieri e ci faceva sentire un senso di calore, di amicizia e collaborazione che nessuna play station può dare.

   L'altro gioco che facevo da bambina, bellissimo  anche se stupido, era il gioco dei "profughi". Bisogna sapere che negli anni delle elementari, i miei d'estate mi spedivano  via di casa per due mesi di fila, luglio e agosto: un mese dai nonni francesi, un mese dai nonni croati.

   Ed era qui, che il gioco dei profughi aveva luogo.  Solo oggi mi rendo conto di quanto avesse in sè  di sinistro.  I miei compagni di gioco, i bambini del paesino di pescatori sull'isola croata di cui ho già parlato, erano come me  nipoti e pronipoti di gente che era fuggita dalla ex Jugoslavia  dopo l'avvento del Maresciallo Tito.

   Per chi non lo sapesse, le isole croate erano popolate principalmente da italiani, ripeto ITALIANI, che finita la guerra si trovarono a vivere sotto un governo straniero.  La vita era impossibile, perciò 350.000 di loro  scelsero di trasferirsi in Italia,  come se la Sicilia passasse sotto la Tunisia  e i siciliani dovessero riversarsi  in tutta l'Italia per trovare una nuova casa.

   Questi "profughi"  di fine anni '40,  dilagarono per l'Italia  con quello che avevano addosso: letteralmente. Le storie di miseria nera, di fuga dalle proprie case col fagotto in spalla, sono arrivate fino a noi  loro nipoti e pronipoti:  e  negli anni della Guerra in Jugoslavia (91-95,  anni in cui sono regolarmente continuata ad andare in quelle terre malgrado non ci andassero o quasi i turisti) questo gioco era tornato sinistramente in auge.

   I bambini dell'isola,  dove mio cugino è riuscito a salvare la casa di nostro nonno RICOMPRANDOLA dallo Stato, malgrado fosse sua e nostra per EREDITA'  (evviva il Comunismo!) avevano sentito tutti le storie dell'Esodo,  rinnovate dall'esodo delle genti jugoslave  in quegli anni. Ci conciavamo dunque da profughi, e per farlo aspettavamo  le giornate di tempesta estive: era fondamentale che ci fosse una burrasca, con pioggia e freddo.

   Ci avvolgevamo in vecchi stracci, perfino quelli per pulire la polvere, ci coprivamo con i cartoni buttati dal supermercato, e andavamo a rintanarci in qualche angolo di casa o di scale o di terrazze, rigorosamente all'aperto: i profughi devono soffrire. Ricordo gli schizzi di pioggia che ci rimbalzavano addosso, le scarpe che si inzuppavano (erano vietate le scarpe impermeabili) e la sensazione di stare tutti ammassati inseme, per riscaldarci, in un piccolo coro di voci italiane, croate, slovene e tedesche (infatti in quell'isola, d'estate, rientravano i bambini  figli degli isolani trasferiti in Germania, in Slovenia, e naturalmente in Italia.)

   Tutto questo era divertentissimo e nuovo, insolito: nelle giornate di pioggia a Venezia non soffrivo mai così. Ma, appunto, i profughi devono soffrire sennò che profughi sono?! Solo oggi mi rendo conto della valenza sinistra e desolata che aveva questo gioco. I patimenti dei nostri antenati si erano trasfusi in un capriccio per divertirci nei giorni di tempesta estiva.

   Ora,  i bambini-principini,  se non hanno giochi costosi non se ne sanno inventare di altri. Non giocano in gruppo,  stanno soli pomeriggi interi senza accapigliarsi coi fratellini, coi vicini di casa,  soli con Mamma Tivù  e Zia Consolle.  Il mio povero piccolo Pixel è, naturalmente, figlio unico  quindi sua madre spende a piene mani per lui,  ma un fratellino con cui crescere non glielo dà.

   Che dire? stasera non è un post nel mio stile. Di solito, come sa chi mi legge, non penso al passato e non rivango vecchie storie. Non voglio pensare, non amo pensare agli anni in cui erano vivi mio padre e mia madre. E in cui mi divertivo con poco, anzi con niente.

   Anche sull'ultimo Panorama c'è un impressionante articolo sui giochi di ruolo per bambini, giochi giapponesi, così assurdi che hanno sfumature pedofile e sadiche, roba da galera ma di cui i genitori nemmeno si accorgono, visto che preferiscono pagare un gioco e poi togliersi dai piedi i loro rampolli.

   Che dire? stasera mi sento un pò amara, un pò nostalgica. 

  

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mercoledì, 15 novembre 2006

Ecco, questo è il bello del blog:  sentire opinioni diverse dalle proprie. Leggo i commenti ai miei due ultimi post  sullo sciacallaggio relativo alla morte di Mario Merola, e alcuni commentatori esprimono pareri diametralmente opposti al mio.

   Siccome sono tutti amici che stimo e leggo con piacere, da Melchisedech a Superqueen, passando per Paolino e Greenangel, devo riflettere sulla loro opinione senza passare oltre con una scrollata di spalle.

   In effetti Paolino ha ragione, forse un morto dal Cielo può dare una spintarella alla fortuna e fare un ultimo regalo a coloro che gli volevano bene, facendoli vincere al lotto. E forse anche Melchisedech ha ragione, mezza Italia gioca al lotto (ma non so se giocano numeri a casaccio o si ispirano a fatti reali).

   E in fondo non c'è niente di male, come dice Superqueen. Però per me, una tradizione secolare non conta nulla se collima con la mia sensibilità.  Io non conosco nessuno che giochi al lotto, o quanto meno nessuno nel mio entourage ne ha mai parlato. A me sembra accettabile giocare numeri ispirati - che ne so-  da un sogno,  ma non numeri tratti dalla morte di qualcuno.....

   anche se, ripeto, ha ragione Paolino quando dice che forse un morto, dalla sua nuvoletta, può voler fare un ultimo regalo a chi gli voleva bene.

   Alla fin fine, come spesso accade, si deve concludere che la bruttura o la vergogna di un'azione  dipendono principalmente da latitudine e longitudine: quello che è imbarazzante a Trieste, è normalissimo a Napoli!  e in secondo luogo, dipende dalla sensibilità individuale: se io sognassi qualcosa di bizzarro, penserei di aver bevuto vino adulterato al ristorante;  se un ostricaro di Santa Lucia sogna qualcosa di bizzarro, consulta il libro dei sogni, trova i numeri corrispondenti e se li va a giocare!

   Quanto al modo di onorare un morto,  se il morto può vedere quello che si fa in suo onore, magari esulta vedendo che mezza città gioca al lotto i numeri della sua morte; qui a Trieste invece c'è una fissazione (non so assolutamente se sia comune in altre città o in tutta Italia) per cui quando more qualcuno, si fanno elargizioni di somme più o meno consistenti, a mille enti benefici  tra cui (con mia approvazione) un rifugio per cani abbandonati e un gattile  creato da un uomo, che ho conosciuto, e che considero un santo.

      Queste elargizioni, che sarebbe di buon gusto fare con discrezione -io ho dato una somma al signore/santo di cui sopra,  senza dirlo nemmeno a mio marito - vengono pubblicate tutti i giorni sul quotidiano locale, con nome e cognome  e importo bene in vista. Ecco, non è carino. Del resto mi pare sia stato proprio Gesù  a dire: "quando si fa la carità,  la mano sinistra non deve sapere cos'ha fatto la destra!"

   Non so se in tutta Italia si fanno tante donazioni ai più svariati enti,  a nome delle persone che muoiono: nè  se le somme elargite vengono messe in bella vista sul giornale.  So che, in ogni caso,  la beneficienza strombazzata  e il totocalcio coi numeri dei morti  non sono cose che fanno per me.

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lunedì, 13 novembre 2006

Mi accorgo, rileggendo questo post, che non sembro poi tanto diversa dai napoletani che critico!

   per prima cosa,  sono ridicola ai miei stessi occhi scrivendo "guai a mio marito se giocasse i numeri della mia morte":  se sono morta, cosa diamine potrei fargli?

   Ma qui è la mia matrice cattolica che entra in ballo,  si dice sempre che i nostri morti ci guardano dal Cielo, così mi riesce spontaneo immaginarmi seduta su una nuvola, mentre corrucciata lo guardo giù  e vedo che combina qualche kazzata di pessimo gusto, tipo questa.

   Per seconda cosa,  vincere al lotto ispirandosi alla morte di qualcuno per scegliere i numeri, non è certo nulla di male: solo una cosa di "mauvais ton".  Però a me,  come ho scritto, suscita un rifiuto che sembra dovuto a un terrore superstizioso:  vorrei spiegare  che quei soldi non mi sembrerebbero MAI miei,  ma dovuti alla morte di qualcuno.

   E' una questione di sensibilità: vincere denaro così, per me sarebbe come trovare soldi nelle tasche di un morto che  mi trovo davanti per strada. Non sarebbe mai roba mia!

   Magari  li darei ai poveri,  visto che darli alla famiglia di Mario Merola non è il caso:  devono essere molto benestanti, col successo che lui ha avuto.

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lunedì, 13 novembre 2006

Un post velocissimo......avrete sentito tutti della morte di Mario Merola.

   So che a Napoli è adorato.  Ma mi ha scandalizzato che molti napoletani abbiano giocato al lotto i numeri della sua morte!  direte che sono stupida, ma sono veramente turbata.

   Che brutta azione, volgare, da avvoltoi! se proprio qualcuno vince del denaro, come minimo deve darlo ai poveri! ho detto a mio marito che, se io dovessi morire, guai a lui se gioca al lotto i numeri della mia morte. E lui mi ha fulminato con disprezzo, mandandomi a quel paese!

   Non perchè io abbia parlato di morire, ma perchè per un attimo l'ho sospettato capace di un'azione "alla napoletana", cosa che aborrisce. Infatti, trarre un qualche beneficio dalla morte di qualcuno, mi pare frutto di superstizione e se davvero dovesse funzionare, quel denaro io personalmente non lo toccherei.

   Mi pare che questo modo di pensare, sia proprio di una certa Italia che è potenziale cliente di Wanna Marchi...... schifo!

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venerdì, 10 novembre 2006

Il rutilio, come si capisce dalla stessa parola, è qualcosa di luminoso che rende la pietra "rutilante"; e la stella racchiusa nello zaffiro indiano lo rendeva, appunto, rutilante e unico malgrado il suo modesto colore.

   La bottega della gemmologa, di cui parlavo prima a proposito delle tormaline brasiliane, è un negozietto così angusto che si toccherebbero le pareti con le mani, allargando le braccia. La titolare è una vecchia signora che andrebbe giù con uno spintone. Se un ladro fosse veramente competente, andrebbe a razzo a fare una rapina da lei. Basterebbe una manciata dei tesori che si trovano là, per farne un uomo ricco. Non so come faccia una ultrasessantenne a starsene sola, in una viuzza secondaria, insieme a qualche milione di euro sotto forma di pietruzze sciolte (oltretutto più facilmente vendibili dei gioielli).

   Suppongo abbia una pistola col colpo in canna  sotto il suo banco, e magari un'altra nella cassaforte: se si corre un rischio andando in giro col rolex, figuriamoci a gestire un negozio così.

   A proposito di gemmologi, nel film "Il mercante di pietre" -da poco uscito e molto interessante- c'era quest'uomo che faceva il commerciante di pietre preziose e rare, aveva un ufficio di vendita ad un primo piano di un palazzo di Torino, e aveva una assistente  che avrei voluto essere io! Dico davvero, come lavoro è una figata pazzesca. Ancor meglio che in una gioielleria. Mi sono immaginata subito al posto della sua segretaria -tailleur nero, coda di cavallo, giovane ma molto formale -  e ho pensato a quel tipo di lavoro, che non è rivolto al vasto pubblico ma a pochi esperti, collezionisti e creatori di gioielli. Non c'è il ragazzo che viene a comprare un diamante di fidanzamento, nè la vecchia che compra la crocetta per la nipotina:  solo persone appassionate, per le quali diecimila euro di più o di meno non sono un problema.

   Altro film in cui mi sono "vista", è  "Place Vendome": con Catherine Deneuve e Emanuelle Seigner (la bella moglie di Polansky) è ambientato in una delle fantastiche gioiellerie di Place Vendome (chiunque sia stato a Parigi, l'ha vista e ha lasciato le sue bave davanti alle vetrine);  Emanuelle faceva la commessa in un negozio tipo Caverna di Alì Babà,  con i capelli raccolti e i tacchi a spillo. Poi la sera, si scioglieva lo chignon e metteva i mocassini, e tornava alla sua vita modesta.

   Ma senza fantasticare sui megagalattici pezzi offerti dai gioiellieri di quella Piazza,  vorrei ora nominare le mie due firme preferite qui in Italia: Vhernier e L.V.H. (Lucifer Vir Honestus).

   Di nuovo, qui ci vorrebbe un link per poter vedere i prodotti di queste due case veramente speciali; mi limiterò a dire che Vhernier crea gioielli dalla linea pulita, essenziale, molto grandi e vistosi;  molto oro satinato, rosso, giallo; molta pasta di vetro e cristallo sabbiato. 

   In un giornale di luxury watch  ho visto un orologio, prodotto da Vhernier in numero limitato:  quadrante di corallo (mai visto prima), cinturino di colore uguale,  cassa d'oro satinato e una linea pura come nei gioielli. Bellissimo. Non esistono solo Cartier e Vacheron per gli orologi: bisogna tener d'occhio le produzioni meno famose, che spesso possono essere molto più belle!

 Lucifer Vir Honestus (dal nome del primissimo orafo di Milano, registrato sui libri commerciali di Milano nel Medioevo) è l'esatto contrario: produce gioielli barocchi, ricchissimi, in cui l'oro viene tormentato e ritorto, in cui le pietre sono esagerate,  e hanno lanciato per primi l'orecchino pendente unico.

   Poi, naturalmente, mi piacciono anche altre creazioni -sebbene queste due rappresentino veramente l'estremo della "scala",  una  semplicissima e l'altra complicatissima- che sono meno famose e meno costose: Quagia e Il Crogiolo,  per esempio, che si ispirano alla natura  e producono stupende riproduzioni di conchiglie, stelle di mare, gasteropodi di tutti i tipi, con una tecnica di lavoro che sembra artigianale.  Infatti come già spiegavo, a me piacciono i gioielli che non abbiano l'aria di un prodotto industriale fatto in serie.

   Esiste una piccola linea di gioielli, "Atlantide", veramente straordinaria: sono fatti con vere conchiglie e gusci di animali marini tagliati al laser,  incastonati di corniole, madreperle, giade e agate. E ci sono anche anelli fatti con minuscoli nidi  di uccelli dove, nell'intreccio dei rametti, si intravvedono perle che danzano sciolte.  Sono gioielli originalissimi, ma temo che nessuno li compri perchè sono troppo "strani". Però, complimenti per la fantasia e il coraggio!

   Per mia fortuna, non ho l'avidità di possesso che spinge certe persone a fare sacrifici pur di comprarsi bellissime cose:  io sono già appagata dalla contemplazione. Come dico talvolta a mio marito, non sono una "compratrice" ma una "contemplatrice" di vetrine! altrimenti saremmo presto sul lastrico..... dato che di idee per comprare bene, ne avrei eccome.

postato da: Ombraserena alle ore 09:37 | Permalink | commenti (5)
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